Gli atenei green: rispetto ambientale e istruzione

È ormai chiaro a tutti che il modo con cui si affronta la questione ambientale è prima di tutto legato ad un problema di “educazione”. Esiste sì una sfera politica ed istituzionale del problema ma poi, i grandi numeri, quelli davvero in grado di far spostare in positivo o in negativo l’asticella della sostenibilità del nostro modello di vita, li fa la gente comune. E l’unico modo per inculcare nella testa della gente comune un nuovo stile di vita “green” è quello che passa attraverso l’istruzione e l’informazione.

Ma in che modo gli atenei italiani possono in qualche modo diventare forieri ed esempi di modelli “green”? Esistono diversi piani entro cui questo discorso può dipanarsi.

Innanzitutto bisogna partire dal Codice Etico degli Atenei, ovvero quell’insieme di regole che gli stessi atenei si sono dati e che vengono condivisi da corpo docente, amministrativo e studenti e che riguardano la norme del vivere quotidiano. Norme in cui, tra le altre cose, rientrano ad esempio i dettami legati alla raccolta differenziata all’interno degli ambienti dell’università.

Torniamo alla domanda iniziale e chiediamoci, quanto la raccolta differenziata all’interno di un singolo ateneo influisce a spostare in un verso o nell’altro l’asticella di cui sopra? Lo fa in maniera importante: pensiamo ad esempio ad atenei come la Sapienza di Roma che con i suoi 500 mila iscritti è praticamente in grado di sviluppare (o adottando comportamenti virtuosi di non sviluppare) gli stessi rifiuti di una grande città italiana.

Ma il campo d’azione del Codice Etico è solo una piccola parte di un discorso ben più ampio.

Parliamo ad esempio di sostenibilità e quindi di trasporti, di spostamenti, ma anche di sostenibilità economica “tout court”: è ancora sostenibile un modello universitario in cui migliaia di pendolari ogni giorno si muovono dalla provincia alle grandi città, o un modello in cui un ragazzo del Sud deve migrare verso gli atenei del Nord con tutti i costi ed i pesi famigliari che ne conseguono?

Ebbene quando si parla di orizzonti “green” dell’ambito universitario prima o poi dovremo cominciare a porci anche questo quesito. Possibili risposte? Ovviamente è difficile immaginare una bacchetta magica in grado di risolvere come per incanto in un attimo il problema del pendolarismo: tuttavia sarebbe quanto meno auspicabile cominciare a valutare modelli di istruzione alternativi come quello proposto dall’Università Telematica di Niccolò Cusano. Si tratta in “linea teorica” di un ateneo “romano”; in linea pratica invece Unicusano è uno dei pochi atenei italiani completamente online.

L’apertura verso il mondo internet e verso le potenzialità dell’e-learning fa sì che dentro Unicusano ci siano studenti della Lombardia, piuttosto che della Sicilia e della Sardegna che sono in grado di seguire tutti i giorni le lezioni erogate all’interno dell’ateneo romano, ma senza muoversi da casa. Le lezioni possono infatti essere visionate in streaming dagli studenti collegandosi tramite pc o tablet al sito internet dell’università, presso la quale gli studenti devono recarsi solo in occasione degli esami, con ovvi risparmi in fatto di costi di trasporto e logistici.

Ma c’è ancora un terzo ed ultimo orizzonte di azione su cui il mondo universitario può dire la sua quando si parla di sostenibilità e di rispetto ambientale; è l’orizzonte a lui più congeniale ovvero quello della formazione e della ricerca.

Tanta parte delle scoperte nel campo della ricerca ecologica arriva dalle università, italiane ed estere, e nuove iniziative come i corsi di laurea in economia dell’ambiente e dello sviluppo stanno mettendo le basi per creare professionisti in grado di pianificare in futuro politiche in cui si coniughino la soluzione dei problemi ambientali, la razionalizzazione delle risorse e (l’obiettivo più sfidante) quelle azioni in grado di rendere il contenimento del footprint di Co2 una risorsa economica e non solo un costo per la collettività.

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